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Effetto barriera sull'export

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IL SOLE 24 ORE - Archivio
In tempi di guerre commerciali e di negoziati WTO, un vecchio problema continua a tormentare gli esportatori italiani. Un problema che non sempre può essere affrontato nei tavoli ufficiali, ma che si presenta puntuale in dogana: quello delle barriere non tariffarie. Certi paesi sviluppano una grande fantasia quando si tratta di ostacolare l'arrivo di merci estere, specie quelle che fanno concorrenza alle loro stesse produzioni sul mercato interno. Cina, India, ma anche gli Stati Uniti sono paesi maestri in questo campo. Meno pesanti, a detta dei nostri produttori, gli ostacoli posti dalla Russia, specie per i beni di consumo, e soprattutto dai paesi dell'Est Europa.

"Abbiamo portato due grandi casi sul tavolo della WTO – spiega Leonardo Soana, direttore generale dell'Anci, l'associazione dei calzaturieri italiani –: uno è il Giappone, che impone quote all'import di calzature in pelle; l'altro è la Cina, che è appena entrata nella WTO e che dovrà pian piano cancellare gli ostacoli paratariffari". La Cina oggi attua varie forme di dumping e impone licenze per l'importazione di calzature dall'estero, difficili da ottenere perché riservate a società pubbliche. Per non parlare del dazio, pari al 25%. Aderendo alla WTO, il colosso asiatico ha promesso di smantellare a poco a poco tutte queste barriere. Si vedrà.

Ancora più problematica la situazione dell'India, paese di oltre un miliardo di abitanti, in cui il 5% della popolazione avrebbe la possibilità di acquistare prodotti italiani. Invece, spiegano all'Anci, le importazioni sono condizionate da licenze specifiche la cui distribuzione viene data dalle autorità indiane "col contagocce". Queste limitazioni fanno il paio con un dazio del 35%. "Invece con la Russia, ed in generale con l'Est Europa, non abbiamo problemi", conclude Soana.

Dalle calzature al tessile-abbigliamento, il cuore della moda italiana. "Il paese peggiore per noi è l'India – afferma Gianni Brovia, responsabile per la parte internazionale di Sistema Moda Italia –. Il dazio sulla carta è del 60%, in realtà gabelle di ogni genere lo portano all'87%". Cui vanno aggiunte una serie di difficoltà, presenti del resto anche in molti altri paesi asiatici: aumento immotivato del corretto valore dichiarato, lentezza nelle formalità doganali, difficoltà nell'ottenere licenze all'import, norme e requisiti di etichettatura particolarmente complessi, controlli di qualità e conformità molto fiscali, richiesta di standard particolari ed altri requisiti tecnici, e così via.

E mentre anche Sistema Moda Italia "assolve" l'Est Europa, riappaiono sul banco degli imputati gli Stati Uniti. "Si comincia col fatto che mentre qui da noi il dazio è per prodotto – dice Brovia – cioè lo stesso per tutti i capi di abbigliamento, lì è diviso: ce n'è uno per le calze, uno per le camicie. Non solo: è diverso anche a seconda della composizione: cotone, lana, seta, ecc. Però almeno è tutto codificato, mentre in India si inventano le regole anche lì per lì". Sulla Cina il discorso è sospeso. Se rispetterà le regole sottoscritte entrando nella WTO, non ci saranno più grossi problemi. Ma è un "se" che pesa.

Le certificazioni sono invece le barriere più pesanti per altri tipi di beni, come i macchinari o i beni di consumo durevoli. "Esiste una direttiva UE – spiega Enrico Malcovati, segretario generale dell'Anima, la federazione della meccanica varia – ma la Cina vuole la sua certificazione e bisogna far venire una delegazione di cinesi, l'unica che Pechino riconosca, che abiliti l'azienda ad esportare nel paese. In teoria non si tratta di una barriera, ma nei fatti lo è: si pensi alle piccole aziende che devono spendere per il viaggio e l'alloggio della delegazione cinese, per non parlare dei costi della documentazione. Noi cerchiamo di agevolarle organizzando le visite della delegazione in modo che ogni volta veda più aziende ed i costi siano ripartiti".

Ma anche in Nord America gli ostacoli non mancano: sono pesantissimi i costi delle assicurazioni, perché se qualcuno si fa male la responsabilità cade sul costruttore della macchina ed i risarcimenti sono stratosferici. "Ma non è tutto – afferma Malcovati –: ci sono anche le cosiddette bubble, le bolle che saltano fuori di tanto in tanto. Prendiamo le valvole ed i rubinetti. Negli Stati Uniti è prevista una prova: l'acqua deve ristagnare per un po' nel rubinetto nuovo, alla fine si esamina il quantitativo di piombo, che deve essere inferiore ad un livello minimo fissato dagli americani. Si tratta di valori minimi, che spariscono dopo pochi giorni dall'utilizzo, ma che gli Usa non ammettono. Quindi se l'azienda italiana esporta sistematicamente negli Stati Uniti, si organizza per eliminare il residuo, ma se l'export è occasionale, questo problema diventa una barriera".

"La normativa è oggi la vera chiave per entrare nei mercati – spiegano all'Anie, la federazione dell'industria elettronica ed elettrotecnica –. Da cento anni c'è un organismo normativo, l'Iec (International electrotecnical committee), che dovrebbe definire le norme standard per i prodotti dell'elettronica, elettrotecnica e telecomunicazioni. Ma il problema è che storicamente i paesi di grande tradizione industriale come Usa e Giappone hanno sviluppato loro corpi normativi non in linea con quelli dell'Iec. Negli Usa addirittura ci sono circa 400 enti di standardizzazione, ciascuno dei quali emette sue proprie regole.

Noi vorremmo un unico standard mondiale, un'unica certificazione e un unico marchio, perché ciò garantirebbe la libera circolazione di prodotti". Invece così si creano scontri normativi, per esempio in Sudamerica, dove è in atto una battaglia tra UE ed Usa, ciascuno dei quali cerca di imporre i propri standard. Le norme Iec sono adottate in Europa ma anche in paesi che hanno bisogno di esportare molto, come la Cina, interessate a normative universali.

Di Anna Del Freo


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