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Balcani, missione libero scambio

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In gioco entrano diversi fattori. Pur avendo un minimo denominatore comune e tenendo d'occhio le regole della WTO, gli accordi vengono negoziati su base bilaterale, quindi non sono tutti uguali. La scarsa capacità di questi Paesi di assicurarsi entrate fiscali regolari, inoltre, fa sì che l'abolizione dei dazi sia soggetta a fasi transitorie. In un futuro non troppo lontano, comunque, il commercio nei Balcani potrà essere ostacolato più dal modo in cui saranno applicate le procedure (per esempio il comportamento dei doganieri, o la normativa sui trasporti) che da veri e propri ostacoli agli scambi. “E' molto importante – dice Tito Favaretto, direttore dell'Isdee di Trieste, l'Istituto di studi sull'Europa comunitaria ed orientale – che la liberalizzazione degli scambi nell'area balcanica sia associata ad una liberalizzazione dei trasporti. Questo significa, per esempio, libertà di circolazione senza tasse sugli autotreni”. Dal punto di vista dei Paesi balcanici, la fine delle barriere dovrebbe portare ad una razionalizzazione della produzione industriale: se si abbassano i dazi alcuni produttori locali, i meno attrezzati, sono destinati inevitabilmente a finire fuori mercato. Evidenti i vantaggi per gli investitori stranieri. Per chi va a produrre in Macedonia, per esempio, la spedizione delle merci sul mercato jugoslavo sarà facilitata dall'accordo di libero scambio in vigore tra i due Paesi. All'orizzonte c'è un aumento dei consumi, testimoniato tra l'altro dallo sviluppo della grande distribuzione italiana in Paesi come la Croazia.

Per gli Stati balcanici ancora lontani dalla UE la deregulation è comunque un affare. Liberalizzando tra di loro, infatti, possono più facilmente accedere ad accordi di associazione con Bruxelles. E' più pratico fare leva sul desiderio, comune a tutti i Paesi balcanici, di arrivare ad un'integrazione con l'Unione Europea, o è meglio puntare, come tappa intermedia, alla costituzione di un mercato regionale? E' il dubbio che tormenta non pochi funzionari europei che hanno a che fare con la patata bollente dei Balcani. I paesi dell'area dimostrano infatti un forte entusiasmo per l'aggancio all'Unione Europea, mentre per la costituzione di sistemi regionali, come all'epoca della ex Jugoslavia, ci sono titubanze, gelosie, diversità di atteggiamenti, timori di risvegliare i fantasmi del passato. I serbi dichiarano per esempio il loro entusiasmo per la cooperazione regionale. Per i croati, invece, sembra decisamente più interessante avvicinarsi subito all'Europa occidentale. La strada però è obbligata: “L'Unione Europea – dice un funzionario italiano – è un sogno che per questi Paesi si realizzerà, ma è ancora abbastanza lontano. Mentre l'integrazione regionale è qualcosa di cui hanno bisogno. Che gli piaccia o no”.


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