Home  Chi siamo  Consulenza  Links

Mercati esteri   Diritto internazionale   Speciale tessile-calzature   Trasporti e logistica   Dogane   Fisco e contenzioso

A Delhi riforme obbligate

Torna all'indice di questa sezione
Google
Web
euroinforma.it
diritto-internazionale.com
formazioneeuropa.org


Data: Martedì 29 Gennaio 2002     
Fonte: Il Sole 24 Ore    

 

 

Ancora insufficiente e contraddittoria la politica di apertura al commercio e agli investimenti esteri

L'entrata ufficiale della Cina nella WTO ha messo in evidenza i gravi problemi dell'India: le ricchezze male utilizzate, l'industria locale altamente protezionistica e le barriere tariffarie e non tariffarie ai commerci. L'economia indiana, se riformata potrebbe aspirare ad una crescita annua del 10% rispetto all'attuale 5%. Gli investistori stranieri, che guardano con interesse al mercato indiano, trovano tuttavia insopportabile l'attuale situazione caratterizzata da eccessiva burocrazia, dai sussidi e dall'elevata presenza dello Stato.
Ma forse proprio l'esempio della Cina potrebbe dare una svolta a questa situazione. E' di questi giorni infatti il più grande sforzo di privatizzazione finora mai attuato dal governo indiano: la vendita del monopolio delle telecomunicazioni Vsnl e la liberalizzazione del commercio dei prodotti petroliferi. Oltre a ciò sono pervenuti anche altri segnali di riforma, quali l'intenzione di distinguere tra vini e superalcolici e di abbassare il dazio di ingresso sui vini dal 480% al 100%.
Il problema principale della fragile economia indiana sono soprattutto le dogane, la burocrazia, l'incertezza del sistema fiscale e la proprietà intellettuale non sufficientemente difesa. Anche l'introduzione di un'Iva unica in tutti gli stati, che doveva partire entro marzo, è stata rinviata.
La chiusura del mercato, rilevabile proprio dal fatto che circa un quarto delle entrate di bilancio derivano dalle dogane, penalizza i rapporti commerciali dell'Italia con l'India; sono infatti in calo le esportazioni italiane ed

in aumento quelle indiane. Nonostante una tale situazione, tuttavia molti dei grandi gruppi e delle aziende italiane stanno cercando di penetrare nel mercato indiano. I settori su cui puntano, e verso i quali gli indiani sono più aperti, sono quelli ad alto contenuto tecnologico, di cui hanno bisogno e dove non hanno necessità di proteggere l'industria locale. Anche la scelta dell'area in cui investire è rivolta verso quelle più aperte agli investimenti stranieri come Mumbay e Bangalore. Proprio nei giorni scorsi Tecnimont ha inaugurato a Mumbay un centro di ingegneria di processo per la fornitura alle sedi del gruppo italiano.
Tra le altre aziende italiane di media dimensione che si sono posizionate con successo nel mercato indiano vi è la lombarda Ave Interruttori che nei mesi scorsi ha finalizzato una joint venture con la Anchor, leader locale nel settore degli accessori elettrici, che detiene una quota di mercato del 70%. L'azienda italiana porta sul mercato locale i prodotti assemblati o preassemblati e fornisce il design per una linea di prodotti di assoluto prestigio in India.
Sulla base delle esperienze citate dunque, attualmente l'unico modo per poter vendere in India appare quello di trovare un partner locale, in particolare per la vendita di quei prodotti a basso valore aggiunto. Si tratta però di una soluzione non agevole in quanto le normative sono assai instabili e soggette a repentini cambiamenti ed inoltre il tempo occorrente per la realizzazione di una joint venture è mediamente di due anni.

 


©2004 AMIteam communication