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L'entrata ufficiale della Cina nella WTO ha messo
in evidenza i gravi problemi dell'India: le ricchezze male
utilizzate, l'industria locale altamente protezionistica e le
barriere tariffarie e non tariffarie ai commerci. L'economia
indiana, se riformata potrebbe aspirare ad una crescita annua del
10% rispetto all'attuale 5%. Gli investistori stranieri, che
guardano con interesse al mercato indiano, trovano tuttavia
insopportabile l'attuale situazione caratterizzata da eccessiva
burocrazia, dai sussidi e dall'elevata presenza dello Stato. Ma
forse proprio l'esempio della Cina potrebbe dare una svolta a questa
situazione. E' di questi giorni infatti il più grande sforzo di
privatizzazione finora mai attuato dal governo indiano: la vendita
del monopolio delle telecomunicazioni Vsnl e la liberalizzazione del
commercio dei prodotti petroliferi. Oltre a ciò sono pervenuti anche
altri segnali di riforma, quali l'intenzione di distinguere tra vini
e superalcolici e di abbassare il dazio di ingresso sui vini dal
480% al 100%. Il problema principale della fragile economia
indiana sono soprattutto le dogane, la burocrazia, l'incertezza del
sistema fiscale e la proprietà intellettuale non sufficientemente
difesa. Anche l'introduzione di un'Iva unica in tutti gli stati, che
doveva partire entro marzo, è stata rinviata. La chiusura del
mercato, rilevabile proprio dal fatto che circa un quarto delle
entrate di bilancio derivano dalle dogane, penalizza i rapporti
commerciali dell'Italia con l'India; sono infatti in calo le
esportazioni italiane ed |
in aumento quelle indiane. Nonostante una tale
situazione, tuttavia molti dei grandi gruppi e delle aziende
italiane stanno cercando di penetrare nel mercato indiano. I settori
su cui puntano, e verso i quali gli indiani sono più aperti, sono
quelli ad alto contenuto tecnologico, di cui hanno bisogno e dove
non hanno necessità di proteggere l'industria locale. Anche la
scelta dell'area in cui investire è rivolta verso quelle più aperte
agli investimenti stranieri come Mumbay e Bangalore. Proprio nei
giorni scorsi Tecnimont ha inaugurato a Mumbay un centro di
ingegneria di processo per la fornitura alle sedi del gruppo
italiano. Tra le altre aziende italiane di media dimensione che
si sono posizionate con successo nel mercato indiano vi è la
lombarda Ave Interruttori che nei mesi scorsi ha finalizzato una
joint venture con la Anchor, leader locale nel settore degli
accessori elettrici, che detiene una quota di mercato del 70%.
L'azienda italiana porta sul mercato locale i prodotti assemblati o
preassemblati e fornisce il design per una linea di prodotti di
assoluto prestigio in India. Sulla base delle esperienze citate
dunque, attualmente l'unico modo per poter vendere in India appare
quello di trovare un partner locale, in particolare per la vendita
di quei prodotti a basso valore aggiunto. Si tratta però di una
soluzione non agevole in quanto le normative sono assai instabili e
soggette a repentini cambiamenti ed inoltre il tempo occorrente per
la realizzazione di una joint venture è mediamente di due
anni. |