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Avanti c'è posto. La Tunisia
continua ad invitare le imprese straniere ad investire e non si può dire
che il richiamo non venga recepito: oggi nel paese sono presenti 2.300
imprese a partecipazione estera, di cui 500 italiane. La novità è che ora
le autorità locali spingono per un cambio di marcia, un salto di qualità:
se finora gran parte degli investimenti sono andati soprattutto a
specifiche fasi della produzione ad alta intensità di manodopera (il caso
della cucitura di abiti è il più evidente), i tunisini auspicano un
passaggio a produzioni con un più alto contenuto di tecnologia e di lavoro
qualificato.
"Alle imprese che vengono in Tunisia chiediamo quattro
cose – spiega il ministro della Cooperazione Internazionale e degli
Investimenti Esteri, Fehti Merdassi, a margine di un convengo organizzato
da Probrixia, Azienda speciale della Camera di Commercio di Brescia –: che
promuovano le esportazioni, creino posti di lavoro, portino tecnologia e
proteggano l'ambiente". Anche le imprese che vanno in Tunisia solo per
fare lavorazioni in conto terzi rispondono a questi criteri? "Noi apriamo
le porte a tutti, ma siamo anche convinti che il nostro paese abbia le
carte in regola per ospitare investimenti qualificati".
Il settore
su cui punta di più la Tunisia è quello elettrico ed elettronico, che
conta già su una notevole produzione di componenti per l'industria
dell'auto. Ma anche nel tessile-abbigliamento, di gran lunga il comparto
più "battuto" dalle imprese straniere, le autorità locali vedono nuove
opportunità: "Pensiamo che ci siano tutte le potenzialità per sviluppare
tutta la filiera del tessile-abbigliamento, dalla lavorazione della
materia prima al finissaggio", dice Hechni Chatmen, delegato della Fipa
(l'agenzia per la promozione degli investimenti esteri) in Italia.
Per attrarre le imprese, la Tunisia ha messo insieme un pacchetto
di misure molto invitante: esenzione fiscale per i primi dieci anni alle
aziende che producono solo per l'export ed ai loro sub-fornitori;
semplificazione burocratica con l'istituzione di uno sportello unico;
incentivi pubblici in vari settori. La ratio di queste scelte è la
seguente: senza gli investimenti esteri il paese non sarà in grado di
resistere alla concorrenza dei prodotti europei che a partire dal 2010 (ma
la data potrebbe essere anticipata di qualche anno) potranno entrare
liberamente in Tunisia grazie all'area di libero scambio tra la UE ed i
paesi della sponda sud del Mediterraneo.
Una grande sfida che la
Tunisia sembra voler raccogliere fino in fondo. Da qualche anno il Governo
ha promosso un piano di adeguamento e modernizzazione delle imprese
tunisine per metterle in condizione di competere con l'Europa. Il piano,
al quale hanno già aderito più di 2 mila aziende, può innescare
opportunità d'affari per le aziende italiane delle meccanica, perché molte
imprese tunisine avranno bisogno di rinnovare impianti e
macchinari.
La Tunisia si candida anche a diventare un ponte verso
gli altri paesi dell'area, grazie agli accordi commerciali siglati con
Marocco, Egitto, Libia e Giordania e all'intesa per creare un'area di
libero scambio della Lega araba entro il 2008. L'attivismo nella politica
di integrazione regionale, molto apprezzato dai governi occidentali, si
sposa con una politica economica fedele ai dettami del Fondo Monetario
Internazionale. L'inflazione ed il deficit di bilancio sono sotto
controllo, così come il debito estero, mentre la crescita economica è
trainata dalle esportazioni.
L'altro fattore di attrazione della
Tunisia è la stabilità politica: il presidente Ben Alì è al potere dal
1987 (quando destituì Bourghiba con un colpo di stato) e da allora ha
condotto con successo la battaglia contro il fondamentalismo islamico. Una
vittoria ottenuta sacrificando la democratizzazione del paese: in Tunisia
l'opposizione ha pochi spazi di manovra. Alle ultime elezioni, che si sono
svolte nell'ottobre 1999 Ben Alì ha ottenuto il 99,4% dei voti. Nel 2004
sono previste nuove elezioni: la costituzione dice che il presidente della
Repubblica può restare in carica per un massimo di tre mandati di cinque
anni. Dunque Ben Alì, al potere dal 1987, non potrebbe ricandidarsi. Ma il
Governo ha già presentato un progetto di riforma costituzionale per
estendere il mandato presidenziale di altri cinque anni.
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